Al Teatro Eduardo De Filippo di Arzano riparte la rassegna Tracce dinamiche e con essa la nuova stagione che porta con sé un titolo emblematico: Liberi dalle citazioni, al debutto il 12 febbraio 2026 con un primo spettacolo attualissimo, Un’altra Iliade, insieme a un ottimo calice di vino calabrese, per una esperienza culturale a tutto tondo, che il direttore artistico Ettore Nigro della kermesse ci racconta.
Ettore, ci può dire qualcosa sul vino calabro che sarà servito a teatro e com’è venuta l’idea di abbinare il nettare degli dei a una pièce?
«Sul vino, volutamente, non posso anticipare nulla. Il vino è come uno spettacolo: non se ne può raccontare il finale prima che accada. Sarà il sommelier a guidarci nell’esperienza.
Posso solo dire che il percorso partirà anche da un racconto più ampio dalla storia del vino in generale, per poi addentrarsi nei sapori e nelle radici della Calabria.
Le ragioni di questo abbinamento sono molteplici e la più immediata risiede nel fatto che Dioniso per i Greci e Bacco per i Romani erano contemporaneamente dèi del teatro, del rito e del vino. Come se tra questi elementi esistesse un legame indissolubile.
Il vino conquista, avvolge, apre. E non è forse questo che dovrebbe fare anche uno spettacolo? Ibridare le emozioni, risvegliare ciò che in noi è sopito. Come recita il celebre in vino veritas, anche il teatro, quando è un buon teatro, ci dà la sensazione di toccare alcune nostre verità.
Ma il centro dell’idea è ancora più profondo: così come il vino porta con sé i sapori e la cultura di un territorio, allo stesso modo le compagnie provenienti da altre regioni ci portano una visione del mondo, una radice. Senza spiegare o dichiarare, ce la fanno sentire».
Il motto di questa edizione di Tracce dinamiche è Liberi dalle citazioni, eppure nel primo spettacolo quelle omeriche sono particolarmente forti e importanti, o almeno sono riferimenti intensi: come si equilibra tutto questo nella sua visione?
Un’altra Iliade al teatro De Filippo
«Liberi dalle citazioni significa esattamente questo: non immaginare un teatro che ripropone o cita, bensì un teatro che rielabora, corregge, rimonta gli archetipi, rifondandoli sempre e unicamente nel presente.
L’archetipo, se vogliamo, è il linguaggio dell’inconscio: un’immagine che muta nel tempo. Anche quando ci appare uguale, in realtà non cita, ma dice. E continuerà a dire, auspicabilmente, come se fosse ogni volta la prima.
Non accade forse lo stesso con il vino? E il teatro non è forse l’unico luogo in cui i fantasmi del passato tornano nel presente e ci parlano di nuovo, come se fosse la prima volta?
Questa essenza del presente, questa festa dell’adesso è per me il vero significato di Liberi dalle citazioni: la possibilità reale di nuovi sguardi, di nuovi punti di vista».
La guerra di troia come metafora inevitabile il 12 febbraio 2026 con la drammaturgia Un’altra Iliade?
«La guerra di Troia è un archetipo inevitabile, ancestrale. È la matrice simbolica di tutte le guerre. Un’allegoria della mancanza di pace che attraversa il mondo, ieri come oggi. Un’altra Iliade non racconta la guerra come un evento storico, ma come una condizione umana che ritorna. E farlo oggi significa interrogare il nostro presente, non il mito in sé».
Qualche anticipazione sui prossimi spettacoli al Teatro De Filippo?
Un’altra Iliade al teatro De Filippo
«Rosaura alle 10 ci catapulta in un giallo dove sembra che nessuno sia colpevole e che, allo stesso tempo, lo siano tutti. È un lavoro molto lucido sulla maschera contemporanea, costruito con grande precisione. Pluto coinvolge attivamente il pubblico nella eterna disputa tra ricchezza e povertà, con un’ironia sapida e una lucidità tagliente.
Anche questo è un archetipo antichissimo, ma di un’attualità impressionante. Costellazioni è forse lo spettacolo che più di tutti ci aiuta a comprendere il valore delle relazioni umane, mentre ci conduce nel mondo della fisica quantistica, immergendoci in più presenti possibili: diversi, ma tutti reali.
Mare di ruggine è una “favola che favola non è” che narra la storia di una famiglia che, per tre generazioni, ha lavorato nelle fabbriche di Bagnoli: nate come speranza e rivelatesi una condanna, un prezzo che Napoli paga ancora oggi.
È uno spettacolo che attraversa anche la Storia d’Italia, con la scrittura forte, mai retorica di AntimoCasertano, anche regista. Un lavoro che ci riguarda da vicino».
Il teatro può essere ancora un antidoto alla bruttezza dei tempi, nonché una catarsi per lo spirito in un mondo che è sempre più caotico e difficile?
«Credo che il teatro – o meglio ancora l’esercizio del presente – sia oggi una delle poche cure possibili. La catarsi, intesa come risorsa cognitiva, è forse il più potente antinfiammatorio che abbiamo. Se vogliamo immaginare un mondo migliore, dobbiamo forse partire dal nostro benessere interiore. A questo proposito, vi lascio un mio vecchio scritto: Il teatro come cura».
“Il teatro indaga l’umano e cura gli immaginari corrotti dal tempo, tentando di ricostruirli secondo un’etica secolare. Non risponde alla domanda che lo spettatore porta con sé, ma le contrappone una nuova domanda. Si innesca così un processo analitico ed empatico che, dal punto di crisi, procede verso l’elaborazione interiore e quindi verso la conoscenza. Il teatro è cibo e terapia allo stesso tempo: nutrimento per mantenere l’equilibrio psico-fisico e rimedio per ricostituire l’equilibrio perduto. Utilizza come metodo di cura una sorta di omeopatia: cura il veleno della vita attraverso lo stesso veleno, ma un veleno studiato, compreso, acquisito, fino all’auspicabile sublimazione, ovvero la catarsi. In questo modo lo spettatore, vedendo agire i propri difetti e partecipando attivamente, ne comprende la natura, li conosce e quindi può curarli. Crediamo fortemente che il teatro debba diffondere, nel suo stesso compiersi, i semi della conoscenza, dell’evoluzione e dello sviluppo. La cura è nello svolgersi della vita, non nel già accaduto”.