
“Dicono che fuggire non sia un gesto molto nobile. Peccato, è così piacevole.” Così scrive Amélie Nothomb, affidando alla fuga una dimensione insieme ironica e profondamente umana. È un pensiero che accompagna bene il debutto di L’amor fuggente, ora disponibile sulle principali piattaforme video on demand. Eppure il film di Davide Lomma finisce inevitabilmente per evocare, almeno nel titolo, un confronto ingombrante con L’attimo fuggente.
Là il celebre invito al carpe diem spingeva a vivere con intensità ogni istante; qui, invece, proprio quell’attimo sembra sfuggire continuamente ai protagonisti, incapaci di afferrare davvero sentimenti, occasioni e scelte. È un’assonanza soltanto nominale, ma sufficiente a mettere in evidenza uno dei principali limiti dell’opera.
Del resto, come ricordava Jimi Hendrix, “Se sono libero è perché sono sempre in fuga“. Una frase che sintetizza perfettamente il tema centrale della pellicola, anche se il percorso narrativo raramente riesce a trasformare quella fuga in autentico cinema.
L’AMOR FUGGENTE DEBUTTA SULLE PIATTAFORME
L’amor fuggente arriva in streaming su Prime Video, Apple TV, Google Play e YouTube con un cast di assoluto valore. Davide Lomma firma regia e sceneggiatura insieme ad Antonio Cardia e Simona Ferri per una produzione italo-albanese che sceglie la formula della commedia romantica corale per raccontare le molteplici forme dell’amore contemporaneo.
L’idea di partenza appare interessante: Fil, giovane regista interpretato da Lorenzo Adorni, e Mia, insegnante di matematica interpretata da Caterina Shulha, attraversano una crisi improvvisa quando una proposta di matrimonio genera l’inaspettata fuga di lui. Da questo episodio prende forma un mosaico di relazioni che coinvolge familiari, amici e nuove storie sentimentali, nel tentativo di fotografare le fragilità affettive di generazioni diverse.
UNA CORSA CHE SI FERMA TROPPO PRESTO

L’apertura del film sorprende con una corsa di Fil che richiama, almeno nella costruzione visiva, un certo dinamismo caro al cinema di Gabriele Muccino. Sembra l’inizio di un racconto destinato a inseguire emozioni, conflitti e cambiamenti.
Quell’energia, però, si disperde rapidamente.
Il ritmo rallenta fino a diventare spesso faticoso e la narrazione fatica a trovare una direzione precisa e la sceneggiatura, pur affrontando temi universali, non riesce quasi mai a imprimere la necessaria tensione emotiva.
I numerosi intrecci finiscono così per procedere parallelamente senza costruire un reale coinvolgimento.
L’amore raccontato nel titolo dovrebbe rincorrere i protagonisti; in realtà corre poco, emoziona ancora meno e raramente lascia il segno, a differenza di un “fratello” stretto del grande schermo uscito in sala quest’anno, Il dio dell’amore, passato anche al Capua Film Fest.
PERSONAGGI TROPPO SFUMATI
L’intenzione di offrire uno sguardo corale sull’amore nelle diverse età della vita è evidente. Il film attraversa relazioni mature, primi innamoramenti adolescenziali, crisi matrimoniali, seconde possibilità e identità ritrovate.
Manca però un autentico approfondimento psicologico.
I personaggi restano spesso appena abbozzati. Molte vicende sembrano introdotte con potenzialità interessanti, ma vengono sviluppate in modo superficiale. Lo spettatore osserva i loro percorsi più che viverli, senza riuscire a creare un vero legame emotivo con le loro scelte.
In questo senso torna alla mente una riflessione di Henri Laborit: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare.” Il film prova a fare della fuga una metafora esistenziale, ma finisce per restituirne soprattutto l’aspetto narrativo, senza scavare fino in fondo nelle motivazioni interiori dei suoi protagonisti.
GLI ATTORI SALVANO PIÙ DI QUANTO POSSA FARE LA REGIA

Il punto di forza dell’opera resta il cast.
Lorenzo Adorni conferma una presenza scenica ormai solida e credibile. Diane Fleri offre un’interpretazione misurata, mentre Caterina Shulha sostiene con equilibrio un personaggio che avrebbe meritato una scrittura più incisiva.
Tra le sorprese emerge Luca Grispini, giovane interprete che lascia intravedere qualità interessanti e una naturalezza promettente davanti alla macchina da presa.
La prova più convincente appartiene però ad Andrea Pennacchi: il suo personaggio, un uomo che vive serenamente la propria omosessualità dopo il matrimonio fallito del suo compagno, evita stereotipi e costruisce una figura delicata, ironica e autentica. Pennacchi gli restituisce profondità con grande misura.
Anche Paola Sotgiu ed Eva Cela contribuiscono con interpretazioni convincenti, pur dovendo confrontarsi con una struttura narrativa che raramente valorizza pienamente il loro lavoro.
UNA REGIA CHE NON TROVA IL PASSO

Davide Lomma dimostra sensibilità nel guardare ai sentimenti e conferma un percorso autoriale già apprezzato nel documentario, ma nel passaggio alla fiction, però, la regia appare meno decisa.
Manca il coraggio di scegliere un punto di vista davvero personale e le numerose linee narrative sottraggono forza al racconto principale, mentre il film oscilla continuamente tra commedia sentimentale, riflessione generazionale e dramma familiare senza trovare un equilibrio stabile.
L’impressione finale è quella di un’opera che possiede idee migliori della loro realizzazione finale.
IL BILANCIO
L’amor fuggente affronta un tema universale con sincerità e può contare su un cast di livello, ma non riesce a trasformare le proprie intuizioni in un racconto davvero coinvolgente. Il ritmo troppo lento, una sceneggiatura poco mordente, personaggi spesso sfocati e una regia che rinuncia a imprimere una direzione forte impediscono alla pellicola di lasciare un’impronta significativa.
Resta la sensazione di un’occasione soltanto parzialmente colta. Perché, come scriveva Menandro, “L’uomo che fugge può combattere un’altra volta.” E forse anche questo film avrebbe avuto bisogno di trovare il coraggio di fuggire da alcune convenzioni narrative per tornare più forte.
Vale infine la pena ricordare le parole di Pino Cacucci: “La fuga è invece l’unica scelta dignitosa quando non puoi cambiare più nulla, e non vuoi neppure lasciarti coinvolgere, diventare complice.” Un pensiero che nel film rimane soprattutto un’aspirazione. Sullo schermo, invece, la fuga diventa spesso immobilità, e l’amore, più che inseguire i suoi protagonisti, sembra semplicemente perdersi lungo la strada.



