
«La si direbbe l’opera di un selvaggio ubriaco»: con questa celebre e spietata invettiva, il filosofo illuminsta francese Voltaire stigmatizzava la struttura eterogenea della tragedia elisabettiana.
Il filosofo francese mostrava un profondo sdegno per l’incursione di attori comici, becchini e giullari nel bel mezzo dei drammi più solenni d’Oltremanica.
Eppure, proprio in quella felice contaminazione tra registro sublime e registro grottesco risiede la linfa vitale del teatro moderno, come fu già per Dante Alighieri nella Commedia.
L’allestimento di Amleto annascunnuto, che ha chiuso la XV edizione della rassegna Teatro alla deriva al giardino diretta da Giovanni Meola, nella suggestiva cornice del Giardino dell’Orco sul lago d’Averno a Pozzuoli, riafferma con forza questa intuizione drammaturgica.
La rilettura, traduzione e riscrittura letteraria firmata da Antonio Piccolo nel 2020 in pieno lockdown, e la regia curata da Mario Autore per la drammaturgia tratta dal libro, dimostrano come il capolavoro shakespeariano sappia trasfigurarsi nella lingua di Basile e di Eduardo, trasformando i tormenti del principe di Danimarca in un affresco metateatrale di rara efficacia.
IL DRAMMA ELISABETTIANO TRA ARCHETIPO E RISONANZA CONTEMPORANEA

Il testo fondativo di Shakespeare continua a interrogare la critica sulla paralisi dell’azione e sulle nevrosi dell’uomo contemporaneo.
Per cogliere il valore attualizzante di questa operazione scenica, appare illuminante richiamare il pensiero del celebre autore Giancarlo Berardi:
«Amleto è il personaggio shakespeariano che amo di più e che mi sembra riflettere meglio la nostra epoca. Si tratta di uomo tormentato, insicuro, probabilmente depresso, che ha alle spalle una tragica storia familiare e davanti a sé un destino ineluttabile. Mi sembra una straordinaria metafora della condizione in cui vivono molti giovani d’oggi, sempre più schiacciati tra i problemi della famiglia e quelli della società. L’opera di Shakespeare ha le caratteristiche di un “caso” freudiano, pur essendo stata scritta secoli prima della nascita di Freud».
LA FATICA LETTERARIA DI ANTONIO PICCOLO SU AMLETO IN PIENO COVID

Questa dimensione psicanalitica e familiare trova un’originale declinazione nell’opera intitolata La traggedia de Amleto, prencepe de Danemarca.
Nata in piena pandemia e giunta alla completa maturazione scenica solo 6 anni dopo, la traduzione in napoletano arcaico condotta da Antonio Piccolo converte l’isolamento del protagonista in una vivace esperienza collettiva.
L’angoscia esistenziale del personaggio si esprime attraverso la ricchezza lessicale del dialetto, supportata dal lavoro produttivo di Enna Teatri e della Compagnia indipendente. La tragedia si rovescia così nella sua antitesi letteraria: una commedia brillante e serrata, capace di mantenere intatta la forza dell’originale.
LA DRAMMATURGIA SCENICA: GUARATTELLE, PASTICHE E METATEATRO IN QUESTO AMLETO

La regia di Mario Autore distribuisce con maestria i molteplici ruoli della tragedia tra 4 soli interpreti.
Domenico Pinelli, reduce come Autore dal bel film sui fratelli De Filippo di Sergio Rubini del 2021 che li impose felicemente al grande pubblico televisivo – incarna un Amleto di eccellente precisione comica, capace di coniugare la rabbia giovanile con un’ironia affilata.
Insieme a lui, Mario Autore — il cui timbro vocale riporta alla mente l’istrionismo del compianto Aldo Giuffrè — guida la scena affiancato da Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova.
L’elemento di maggior rilievo critico risiede nell’impiego delle guarattelle, le marionette della tradizione popolare.
L’artifizio del play within the play, lo spettacolo dentro lo spettacolo, con cui l’erede al trono smaschera il re usurpatore Claudio, nuovo marito di sua madre vedova, la Regina Gertrude, si trasforma in un vero e proprio teatrino di burattini.
LE MARIONETTE NEL TEATRINO DENTRO IL TEATRO DI AMLETO

Se all’inizio della rappresentazione la testa di morto dell’incipit richiama la celebre meditazione sull’esistenza del To be or not to be, verso l’epilogo lo stratagemma svela, come da copione, tutti gli inganni di corte.
Il paesaggio naturale del lago d’Averno partecipa all’azione come un vero e proprio personaggio scenico in questo pastiche che per certi versi segue le orme di quel Francesca da Rimini – nello spirito guascone – che fu sul palco “alla deriva” dell’edizione 2025.
Le colline di tufo accolgono le apparizioni dello spettro paterno, mentre il frinire delle cicale scandisce la resa poetica dei versi dell’Essere o non essere.
Nella concitazione finale, persino la fauna domestica del luogo interagisce involontariamente con gli attori, richiamando le atmosfere omeriche dell’isola di Circe coi suoi animali uomini trasformati, silenti ma vigili, attenti ma muti come la natura matrigna di leopardiana memoria.
CRASI LINGUISTICA, FILOLOGIA DIALETTALE E L’INDIFFERENZA DEL GENIO IN AMLETO

Sotto il profilo della linguistica romanza neolatina, la scelta del vernacolo supera la mera connotazione folklorica.
Come precisa l’autore Antonio Piccolo: «Le lingue antiche mantengono questo sapore arcano. Quando ascolto Dario Fo su YouTube raccontare le leggende in milanese, o Camilleri in siciliano, sembra tutto provenire da un non luogo da un non tempo. Assomiglia quasi all’esperanto il napoletano in scena. È un napoletano che nessuno parla così come è scritto».
Questa lingua teatrale d’invenzione proietta l’opera in un territorio mitico, spingendo la drammaturgia verso futuri orizzonti di ricerca, come una ipotetica trasposizione dell’Odissea di Omero, in ideale sintonia con le recenti attenzioni del cinema kolossal peplum d’autore, guidate dal regista premio Oscar Christopher Nolan.
LA MASSIMA DI CHAPLIN SU AMLETO

Tale radice popolaresca e viscerale riscatta la vicenda dalle rigidità elisabettiane, superando perfino il celebre scetticismo manifestato da Charlie Chaplin, regista e attore interpretato proprio da Autore al Teatro alla deriva al giardino 2025 in uno dei 4 appuntamenti di kermesse.
Il genio del cinema muto sintetizzò con glaciale franchezza il proprio distacco dal dramma di Elsinore: «Non riesco a immedesimarmi nei problemi di un principe. La madre di Amleto avrebbe anche potuto andare a letto con tutti i cortigiani e io sarei rimasto assolutamente indifferente al dolore inflitto a suo figlio».
L’allestimento presentato a Teatro alla deriva smentisce l’impassibilità chapliniana. Attraverso le cadenze musicali e ancestrali della lingua partenopea, il dolore del principe danese smette di essere un privilegio nobiliare. La sofferenza del protagonista diventa materia viva in questa strana Danimarca partenopea, con valore universale e condiviso, offrendo al pubblico una catarsi autentica che solo il grande teatro di piazza sa generare.




