In 20 anni è successo di tutto nel mondo, considerando la velocità in termini di innovazione e aggiornamento nel III millennio.
Sono cambiati 4 Presidenti negli Stati Uniti, infiniti governi si sono avvicendati in Italia (con soli 2 Presidenti della Repubblica però, attenzione al dettaglio), l’Europa ha conosciuto il terrorismo islamico con l’ISIS, sono scoppiati i social network e gli smartphone hanno preso il controllo delle nostre vite, per non parlare dell’Intelligenza artificiale, cambiando le abitudini e modificando il nostro modo di pensare.
UN DIAVOLO CHE NON PERDE LO SMALTO
Quello che non è passato di moda, e che anzi ha visto crescere negli anni in termini di meme e ispirazioni su web e social la sua influenza, è un piccolo grande classico della commedia brillante americana dei primi 2000: Il diavolo veste Prada, il film che ha rilanciato un po’ (forse) la carriera del triplo Premio Oscar Meryl Streep e fatto conoscere al grande pubblico i talenti di Anne Hathaway e di due caratteristi come Emily Blunt e Stanley Tucci.
IL DIAVOLO VESTE PRADA 2, UN DISASTRO MANCATO PER UN PELO
Nel ventennale dell’uscita in sala del primo leggendario capitolo (era l’estate del 2006, da noi arrivò in autunno), Il diavolo veste Prada raddoppia gli stiletto coi forconi in locandina e domina il botteghino mondiale e italiano, confermando l’allure e l’ottimo stato di salute di un’icona che resiste a tutto, soprattutto nella trama.

Sulla carta poteva essere un disastro come per molti sequel, ovvero toccare una pellicola quasi perfetta, con una sceneggiatura di ferro per certi versi e un quartetto di interpreti delizioso, e riproporla al cinema in un’ottica squisitamente e puramente commerciale (inutile nasconderlo, come fanno Miranda e Andy nel solito confronto finale in auto).
ASPETTATIVE NON MOLTO ALTE
Le aspettative, personalmente, erano perciò molto basse, anche a seguito dei riscontri tra amici e appassionati, eppure anche stavolta Runway, la testata diretta dalla temibile Miranda Priestly, ha retto bene, in un’opera estremamente piacevole e godibile, senza grandi guizzi e novità, ma il risultato finale non era garantito.
Il secondo Diavolo veste Prada ricalca fedelmente stilemi e schemi del suo amatissimo predecessore fin dai titoli di testa, con lo skyline newyorkese e la condensa sullo specchio del bagno della protagonista Andrea, il montaggio alternato del risveglio mattutino in una piccola sinfonia metropolitana.
TUTTE LE AUTOCITAZIONI DEL CLASSICO DEL 2006
Compaiono subito in un mercatino improvvisato le due cinte cerulee “così diverse” da scatenare prima la risata di Andy 20 anni fa, e poi la gentile e sarcastica ira di Miranda.
Spring Florals è il titolo della sfilata di moda da cui prende le mosse la storia stavolta, altro omaggio e autocitazione ai fiori primaverili bollati come “avanguardia pura” dalla terribile Priestly (l’autocompiacimento del regista David Frankel potrebbe risultare eccessivo, ma i fan della saga trovano tutte le coordinate del loro oggetto d’amore degli ultimi 2 decenni).
IL RITORNO DI ANDY DA RUNWAY

Un servizio su un brand che sfrutta i lavoratori danneggia l’immagine della rivista di moda più influente al mondo e della sua casa editrice, l’Elias Clarke, spingendo di nuovo l’impegnata e combattiva Andy tra le braccia dell’algido demonio dalla capigliatura d’argento.
I tempi sono cambiati, i due nuovi assistenti di Miranda rispettano pienamente le quote woke (nera latina la prima, gay lampante il secondo), e la direttrice più folle di New York ora deve stare attenta a come etichettare le modelle dei servizi nelle riunioni di redazione, tra un body shame o un blackface.
LE NUOVE DITTATURE WOKE, SEO, WEB, CANCEL CULTURE E POLITICALLY CORRECT
In 4 lustri il mondo si è dovuto adeguare al politically correct portato agli estremi, alla cancel culture, nonché alla dittatura di internet, ragion per cui il cartaceo sta letteralmente scomparendo ovunque sul pianeta, con tutte le conseguenze che la povera Andrea (letteralmente povera dopo il licenziamento, il rubinetto con acqua marrone parla chiaro nel suo appartamento) subisce come tutti noi redattori, giornalisti web e copywriter.
IL DIAVOLO VESTE SEO

La tirannia della SEO, delle metric, degli insight, delle view non perdona passi falsi in un mondo sempre più precario e vuoto, dimostrazione efficacissima della crisi del giornalismo moderno.
E si aggiunge pure lo spauracchio dell’AI, un mostro benevolo pronto a rubare il lavoro a tutti.
Basterebbero questi temi ben conditi e mescolati con arguzia e pazienza, in particolare nel primo tempo, a farci amare la seconda puntata del Diavolo veste Prada.
UN SECONDO TEMPO MENO EFFICACE, DISPERSIVO E SFILACCIATO
Meno forte del primo risulta però il secondo tempo, che si avvita in quel di Milano, dove Runway organizza un evento esclusivo nella settimana della moda, con le trame e le piccole cospirazioni che insidiano il trono pluridecennale della editor in chief Miranda Priestly.
IL DIAVOLO VESTE PRADA FINALMENTE IN ITALIA A MILANO DOPO PARIGI

Il passaggio in Italia era doveroso a suon di Vogue nei palazzi e hotel meneghini, con Madonna che però lascia spazio alla sua nemica concorrente e presunta erede Lady Gaga, premio Oscar per la canzone di A star is born che si confronta con la Streep in una scena memorabile prima di esibirsi “a corte”.
Il manoscritto di Harry Potter in questo frangente è la miliardaria Lucy Liu, un Macguffin narrativo hitchcockiano degno del miglior female power.
Un po’ forzata la ritrovata amicizia tra Andy ed Emily, ma si perdona tutto, se non altro perché finalmente mangiano qualcosa insieme, sdoganando definitivamente i carboidrati davanti a un cuoppo di antipasti fritti: “se condivisi, non hanno calorie”, assicura un insolita Emily bionda al tavolo.
Foto copertina da Wikipedia




