
Christopher Nolan possiede la rara capacità di racchiudere la complessità del genio umano dentro simboli visivi immediati e rigorose allegorie narrative.
20 anni dopo aver sfiorato la regia di Troy, affidata a suo tempo a Wolfgang Petersen con Orlando Bloom, Eric Bana, Peter ‘O Toole, Julie Christie, Diane Kruger e Brad Pitt nel cast, il cineasta britannico, premio Oscar per Oppenheimer, firma forse la sua opera più ambiziosa proprio nel genere peplum: l’Odissea.
Nelle sale dal luglio 2026, la sua personale versione del poema omerico trascende la classica ricostruzione epica.
Il film sintetizza l’intera carriera dell’autore, trasformando la materia mitologica in un’indagine lucida e spietata sul tempo, sulla Storia e sulla natura umana.
UN MEMENTO ARCHITETTONICO IN IMAX
Nolan sceglie la forza espressiva della pellicola IMAX 70 mm per coinvolgere lo spettatore, emozionandolo attraverso uno spettacolo visionario unico.
Come già sperimentato in Memento, la regia scompone la struttura del racconto omerico fin dal primo minuto.
La sceneggiatura elimina senza esitazioni gli episodi dei Feaci, di Nausicaa e dei Lotofagi.
Il film concentra subito la carica emotiva su pochi dettagli chiave: l’adozione del cane Argo da cucciolo tenerissimo, la celebre cicatrice di Ulisse provocata dalla carica del cinghiale e l’intimità dolorosa con Penelope che precede la partenza per la guerra.
Anne Hathaway interpreta una Penelope fiera e composta di fronte alla minaccia dei Proci, affiancata dal giovane Telemaco di Tom Holland. Questa Odissea visiva piega la grandiosità della messa in scena all’introspezione psicologica.
VISIONI HORROR E PAESAGGI BARBARICI
Il viaggio verso casa abbandona le classiche atmosfere solari per abbracciare scenari glaciali.
Le riprese tra l’Islanda e il Mare del Nord offrono una fotografia dai toni freddi, in aperto contrasto con i colori caldi della reggia di Itaca.
Le musiche di Ludwig Göransson tra fiati, clangori metallici, cori e voci miste conferiscono l’arcano sapore di una storia universale alla pellicola più attesa del 2026.
I popoli del mare, spauracchi degni delle migrazioni che traghettarono l’Ellade dall’epoca micenea al Medioevo ellenico prima della classicità, incarnano la brutalità barbarica dell’invasione, mettendo in discussione la legge sacra dell’accoglienza di Zeus, la Xenia.
Nelle sequenze centrali la regia dimostra un coraggio impressionante, tra i Ciclopi e la famosa strega dagli incantesimi suini.
Il segmento dedicato a Polifemo, del tutto privo di dialoghi, evoca le oscure atmosfere pittoriche di Goya (debitore di Omero a sua volta con Crono che divora i suoi figli, quadro a cui si ispira la scena col Ciclope).
Più avanti, l’incontro con la maga Circe, interpretata da una straordinaria Samantha Morton, forse in odore (e finalmente!) di Oscar 2027, scivola in una mutazione corporea che richiama il genere body horror, coi marinai trasformati in maiali per autodifesa (magari eccessiva e anacronistica, oltre che didascalica). Matt Damon restituisce un Ulisse maturo, sobrio e insolitamente incrollabile nella sua fedeltà coniugale (anche se gli anni con Calypso sono una lunga ellissi), che sa tenere testa alla megera con dignità e rispetto, astuzia proverbiale e perseveranza.
Zendaya nei panni di Atena, la sua dea spirito guida, è voce della coscienza in un’opera che a tratti, soprattutto nel primo tempo e nel suo incipit, ricorda un flusso di coscienza di joyciana memoria (autore britannico che non a caso scrisse Ulisse).
LA CADUTA DI ILIO E IL DONO AVVELENATO
La distruzione di Troia costituisce il vero snodo drammatico del film.
Il cavallo di legno (stavolta senza ruote e affondato nella sabbia, impennato verso il cielo), costruito in onore di Poseidone, appare sulla spiaggia come una scultura imponente e minacciosa, che i troiani trascinano verso la propria rovina.
Un simulacro fatale al pari di quello del male incarnato dal Cavaliere oscuro Agamennone, il re conquistatore acheo di Micene, spietato ed efferato e così simile – sotto il pesante elmo nero – ai Batman di Nolan nella sua carriera.
Si potrebbe intravedere una metafora del Board of peace di trumpiana istituzione nella sua sagoma lignea.
Matt Damon domina la scena con un’interpretazione intensa e rigorosa, recitando con tutto il corpo, voce, sguardi e muscoli (si è sottoposto a una dieta gluten free massacrante per entrare nella parte).
Al suo fianco, Robert Pattinson offre un’ottima prova nel ruolo dell’arrogante Antinoo, mentre la Calipso di Charlize Theron soffre per la caratterizzazione meno approfondita e una debole scrittura.
La resa visiva della città in fiamme trasforma la vittoria greca in una tragedia priva di veri eroi, figlia com’è dell’inganno, dell’errore.
Nolan firma un’opera cinematografica priva di facili consolazioni. Attraverso il suo sguardo, l’intero percorso della Civiltà occidentale rivela la propria matrice originaria: la menzogna architettata come strumento di potere e sopraffazione.
Questa Odissea cinematografica dimostra che la Storia dell’Uomo resta una trama complessa, fitta di astuti sentieri e vicoli ciechi.
Dagli incubi del passato e dagli inganni della nostra società non ci si risveglia con facilità, perché il labirinto più difficile da superare rimane quello costruito dalla nostra stessa mente, come insegnava già Stanley Kubrick nei suoi capolavori.



