
Sarà in scena da giovedì 13 marzo 2025 alle ore 20.30 (repliche fino a domenica 16) al Teatro Elicantropo di Napoli, per la regia di Riccardo Pisani, lo spettacolo Settantuno, drammaturgia di Nello Provenzano, il quale già si è misurato negli ultimi tre anni con questa pièce, tra Nuovo Teatro Sanità nel rione di Totò nel 2022, e due anni dopo al TRAM, la sala di Port’Alba nel capoluogo partenopeo.
Presentato da Contestualmente Teatro con il sostegno del già citato Nuovo Teatro Sanità, l’allestimento vede in scena lo stesso drammaturgo e autore come interprete, ovvero Provenzano, con la voce fuori campo di Simona Pipolo, il disegno luci a cura di Gaetano Battista, i contributi foto e video di Luca Scarpati nella sala di vico Gerolomini al centro storico napoletano, cuore dei decumani antichi.
SETTANTUNO, UN NUMERO, UN DESTINO
Nella Smorfia napoletana questo numero è sinonimo dell’uomo “di merda”, riprovevole, cui il bravo Provenzano dà forma nella stanzetta improvvisata sul palcoscenico: Flaviano, un maschio bianco italiano, eterno bambinone quarantenne che ancora convive con mammà– cui sarà riservata un’infausta sorte, Psyco et Joker docent -, senza un lavoro chiaro e preciso. Il “patriota” racconta e si racconta dal suo punto di vista, ma i tentativi di ostentare ragione e coerenza non fanno altro che palesarne la pochezza umana.
In scena il protagonista delinea una doppia personalità: in casa è spavaldo e aggressivo, arrivando a sfogare le proprie frustrazioni sulla povera madre, mentre fuori dal suo spazio sicuro diventa un personaggio anonimo e potenzialmente sottomesso.
Da bullo egli incita all’odio e lo fa online dove è mascherato (la sua comfort zone), cosa che ne rafforza l’aspetto di codardia, spingendo i suoi follower a farsi giustizia da soli, con la certezza dell’odio sempre in tasca e a portata di mano.
L’ODIO

Largo spazio così per xenofobia e razzismo a cascata, col cyber odio per lo straniero, incarnato dall’immigrato africano che sbarca sulle nostre coste coi gommoni; intolleranza a palate per la sinistra salottiera champagne socialist e radical chic; misoginia a iosa nell’Italia dei femminicidi; e ovviamente omofobia a volontà nel paese che ha affossato il DDL Zan.
Ce n’è per tutti e per tutto, tra la colazione da “bamboccione” viziato e due colpi al sacco da boxe per allenarsi e tenersi in forma come si faceva di buon mattino nel Ventennio (Una giornata particolare di Ettore Scola), ricordando con volgarità estrema l’ultimo flirt eterosessuale consumato (viva il patriarcato!).
RITRATTO DI UN ITALIANO MEDIO E IMBRUTTITO
Il ritratto di questo italiano medio, imbruttito e invecchiato male, nostalgico del Duce e con una svastica sulla pelata riflessa allo specchio (a metà tra American History X e Bastardi senza gloria, per non dimenticare – in chiave ironica e parodica – la recente croce del mercoledì delle ceneri dell’attuale Segretario di Stato Marco Rubio nell’amministrazione Trump, foriera di meme in rete), aderisce in pieno, purtroppo, alle parole di pietra, ai discorsi infuocati che da anni albergano sui social network e persino su alcuni titoloni di giornali schierati (il famoso Comandano i terroni di Libero Quotidiano o Aumentano i gay, o era Il Giornale?).
NOTE DI REGIA SU SETTANTUNO

«Con questo lavoro – si legge in una nota di regia – diamo corpo e voce ai post, che, a fine spettacolo, sono proiettati per ricordare al pubblico che quanto detto è stato scritto da esseri umani. Per la natura di questo progetto la nostra ricerca è sempre attiva e quindi la scrittura in costante aggiornamento».
Settantuno è uno spettacolo spregiudicato, decisamente provocatorio, a tratti graffiante e molto grottesco, dove lo spettatore viene catapultato in un mondo brutto, violento ma tristemente reale.
Sempre più persone, spesso i più insospettabili, riversano da bravi hater su internet il loro odio, il rancore e la frustrazione con post, commenti e considerazioni così crudeli e agghiaccianti, da farci interrogare sulla reale natura del mondo che ci circonda.
L’enorme materiale raccolto è diventato l’ossatura stessa del testo, quasi interamente composto dalle testimonianze catalogate in due anni, che con la loro banalità e i loro luoghi comuni inquinano il nostro presente.
L’ALIBI WOKE
L’alibi per gli odiatori seriali è sempre quello del politically correct, dell’ideologia woke, del complottismo sanitario (no vax), meglio ancora se economico politico giudaico (perché ovviamente non ci facciamo mancare niente in Italia, nemmeno le recrudescenze antisemite, al netto della svolta di Fiuggi e dell’uscita dal ghetto dell’estrema destra italiana, con tanto di sdoganamento con l’arrivo al governo della nazione), ma la montagna di incoerenza e contraddizioni non ci metterà molto a franare con l’irruzione di una sirena della polizia nel finale: un crescendo delirante, dove in un ultimo sforzo Flaviano si fa carico di un atto estremo e ripugnante.





