
Figura tra i protagonisti ospiti del MGFF 2025, il Magna Graecia Film Festival di Soverato l’attore napoletano Lino Musella, sempre diviso tra Teatro e Cinema, set e palco, da professionista qual è.
Noto al grande pubblico per il ruolo di Rosario ‘o nano in Gomorra la serie, braccio destro di Ciro Di Marzio nel clan degli Scissionisti di Scampia (dal romanzo omonimo di Roberto Saviano), Musella si fa ricordare molto spesso per piccoli ruoli di contorno, da comprimario, come in Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, dove interpretava una sorta di sinistro e inquietante pifferaio magico di periferia romana (città in cui vive).
O per il condomino impacciato del palazzo della famiglia Schisa in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, regista con cui aveva lavorato in occasione della serie TV del 2016 The young pope con il papa Lenny Belardo di Jude Law, allora nei panni di un giornalista.
Ha recitato in E qui rido io di Mario Martone con Toni Servillo nel 2021 e quest’anno sul grande schermo è apparso in Dadapolis, film documentario di impossibile catalogazione, presentato al Festival di Venezia 2024, dove faceva un’interessante osservazione sui tempi verbali, e in particolare sul futuro semplice e anteriore, della lingua napoletana.
Non una novità questa dissertazione linguistica, come dimostrato a maggio 2025 al Teatro Sannazaro di Napoli con lo spettacolo L’ammore nun è ammore, sui 30 sonetti shakespeariani tradotti e “traditi” in napoletano da Dario Jacobelli, autore prematuramente scomparso nel 2013.
L’AMMORE NUN È AMMORE AL TEATRO SANNAZARO DI NAPOLI CON LINO MUSELLA

Una sfida riuscita quella di tradurre, e tradire allo stesso tempo in un gioco di parole e consonanze, i sonetti inglesi di William Shakespeare in napoletano: un’ora di emozioni e suggestioni al pubblico, accompagnato sul palco da Marco Vidino ai cordofoni e alle percussioni.
La produzione della pièce è di Associazione Culturale Cadmo, che lo portò già al Chostro della Basilica di Santa Maria della Sanità a giugno 2022 per il festival di teatro del Rione di Totò.
Lino Musella, abituato a muoversi tra cinema e teatro, è qui protagonista di un affascinante percorso poetico attraverso gli immortali versi del massimo poeta e drammaturgo inglese.
Cambia la lingua, mutano le sfumature e l’ironia si aggiunge ai versi, ma lo spirito rinascimentale delle poesie del Bardo resta intatto, fresco, anzi forse rinnovato in uno slancio vitale che il napoletano aiuta molto a ritrovare.
L’istrionico Musella interagisce col maestro Vidino sul palcoscenico nel disegno luci e con la scrivania antica dietro la quale avviene il suo travestimento.
Instaura persino un rapporto osmotico col pubblico che assiste alla sua performance, prima vagando bendato alla cieca tra le file delle poltrone, e poi con un sonetto silenzioso, intimo, privato, sussurrato attraverso un tubo ad alcuni spettatori.
LA GENESI DELLO SPETTACOLO DEI SONETTI DEL BARDO TRADOTTI E TRADITI DA MUSELLA

L’ammore nun è ammore, nato grazie a un precedente studio realizzato alla Festa di Teatro Eco Logico di Stromboli, è un recital dei sentimenti originale e intenso, ricco di desiderio e permeato da atmosfere magnetiche, quasi ipnotiche, e da languidi desideri.
Musella racconta l’amore, la bellezza e la caducità della vita in una lingua coraggiosa, viscerale e seducente.
Un racconto avvolgente e seducente della bellezza e dell’amore paragonato a un mattina estiva (il famoso Shall I compare thee to a summer day?, ovvero “Posso paragonarti a un giorno d’estate?”), nonché della caducità della vita in un viaggio coraggioso e intimo, viscerale nelle sue espressioni dialettali.
I sonetti del massimo drammaturgo inglese vivono di vita propria, indossando una maschera che li invita a sollevarsi dal foglio per librarsi in volo e respirare tutta l’essenza partenopea.
NOTE DI REGIA

“Dario Jacobelli, poeta scomparso prematuramente nel 2013, autore di racconti e romanzi, abile paroliere per musicisti come i Bisca, i 99 Posse e gli Almamegretta – ricorda l’attore – si dedicò negli ultimi anni della sua vita alla traduzione in napoletano e al tradimento, come amava definirlo, di 30 Sonetti di Shakespeare.
Non aveva scadenze, non doveva rispettare le indicazioni o correzioni di nessun editore. Per committenti aveva i suoi amici più cari ai quali dedicava ogni sua nuova traduzione. I sonetti in napoletano suonano bene. Battono di un proprio cuore. Indossano una maschera che li costringe a sollevarsi dal foglio per prendere il volo, tenendo i piedi per terra”.






