Torna in scena questa settimana a Napoli e nella sua città metropolitana uno spettacolo che è frutto di una serie di interviste a donne che hanno vissuto o vivono il legame carnale con l’istituto di pena. Il Colloquio si è aggiudicato il premio Scenario Periferie nel 2019 e il premio Fersen alla regia nel 2021 (anche finalista IN-BOX 2021), ed è stato selezionato al Festival InScena! a New York nel 2024.
Passando per il Napoli Teatro Festival 2020, oggi Campania Teatro Festival, e il Teatro Bellini di Napoli nel 2022, esso si ispira al sistema di accesso ai colloqui settimanali con i detenuti nel carcere di Poggioreale a Napoli.
IL PROGETTO DE IL COLLOQUIO
Il progetto e la regia sono a cura di Eduardo Di Pietro e i protagonisti sono Renato Bisogni, Alessandro Errico e Marco Montecatino; l’aiuto regista è Cecilia Lupoli, l’organizzazione è di Martina Di Leva e i costumi sono di Federica Del Guadio.
IL COLLOQUIO AL TEATRO EDUARDO DE FILIPPO
In questo inizio di 2025 Il Colloquio farà tappa prima ad Arzano, in Provincia di Napoli, al Teatro Eduardo De Filippo il 6 febbraio alle ore 21 per Tracce dinamiche, la rassegna di teatro d’innovazione e sperimentale con la direzione artistica di Ettore Nigro e la collaborazione di Piccola Città Teatro (iniziativa riconosciuta dal MIC Ministero della Cultura). Il biglietto intero nella sala di via Giuseppe Verdi è di 12 euro, il ridotto under 25 e over 65 è di 8 euro ed è possibile acquistare i biglietti presso il botteghino del teatro o con prevendita su Etes (info e prenotazioni al numero di telefono mobile 334 9108235, l’indirizzo e-mail è botteghino@teatroeduardodefilippo.it).
LA TAPPA DE IL COLLOQUIO AL TEATRO NUOVO DI NAPOLI
Successivamente ai Quartieri Sspagnoli di Napoli, presso il Teatro Nuovo l’8 febbraio alle ore 19 (e il 9 febbraio in replica alle ore 18.30), toccherà nel weekend ospitare la piéce.
IL COLLETTIVO LUNAZIONE

L’allestimento è presentato dal Collettivo lunAzione, nato a Napoli nel 2013, il quale sviluppa il proprio lavoro in tre direzioni: produzione teatrale originale, progetti per le scuole di ogni ordine e grado e performance site generic.
«Nel corso delle ricerche – spiegano gli artisti del Collettivo lunAzione – ci siamo innamorati di queste vite dimezzate, ancorate all’abisso, disposte lungo una linea di confine spaziale e sociale, costantemente protese verso l’altrove: un aldilà doloroso e ingombrante da un lato e, per contro, una vita altra, sognata, necessaria, negata. La mancanza, in entrambe le direzioni, ci è sembrata intollerabile».
IL TITOLO ESEMPLARE
Il titolo dell’opera fa riferimento al colloquio atteso per settimane, a volte mesi dalle compagne e dalle madri dei carcerati, angosciate e dimezzate nelle loro esistenze al pari degli uomini in cella.
Raramente si immagina questa condizione sospesa, spesso cristallizzata nell’immaginario collettivo in quella figura della moglie del boss, nutrita da film e innumerevoli serie tv.
Tre donne (una di loro in stato interessante) che giocoforza diventano anche loro uomini e figure paterne, data l’assenza dell’uomo di casa (come accade in tante separazioni familiari): a volte sono violente, di sicuro irascibili e intrattabili.
In qualche modo la reclusione viene condivisa anche all’esterno e per le tre donne, che se ne fanno carico, coincide con la stessa esistenza: i ruoli maschili si sovrappongono alle vite di ciascuna, ripercuotendosi fisicamente sul loro corpo, sui comportamenti, sulle attività, sulla psiche.
TRE PROTAGONISTI IN GONNELLA

Gli attori Bisogni, Errico e Montecatino (l’essenza del teatro da millenni, ovvero l’uomo che impersona la donna) esordiscono con il rossetto passato sulle labbra, si presentano agli spettatori agghindati nei loro scialli e pellicciotti appariscenti, tutti provvisti del classico bustone a quadroni delle massaie napoletane.
Le scintille scoppiano subito, i caratteri esuberanti non lasciano dubbi sull’evoluzione del loro rapporto, e tra le due navigate spicca subito la nuova arrivata, ingenua fin dall’abbigliamento, per non parlare del contenuto della sua busta.
I suoi sogni di attrice condannata a un lavoro di estetista, e presto anche a quello di ragazza madre (è incinta infatti), sono smontati subito dalle altre due in fila come lei, rassegnate ormai alle stesse catene che privano i loro uomini della libertà.
DONNE E MADRI AL LIMITE
La maternità affrontata nei loro discorsi fa subito pensare a un cordone ombelicale che li lega invisibilmente ai loro uomini, un cordone che però non dà vita, non fornisce nutrimento, bensì strozza, piega desideri e ambizioni, soffoca i desideri di cambiamento e le condanna a un limbo dantesco senza fine.
Tre personaggi che si confermano simbolo di una condizione comune, nel significato tipicamente greco del termine symbolon: quella tessera o anello spezzato che sugellava nelle antiche polys un accordo, un patto tra persone o famiglie. Il trattato stipulato qui però è fatto di ansie, privazioni, paure per il futuro, accessi di ira incontrollati intra e extra moenia, dentro così come fuori le mura.
UNA FELICE INTUIZIONE DRAMMATURGICA
La felice intuizione di questa drammaturgia sta proprio nell’aver raccontato un trittico femminile con interpreti maschili, fisici, a tratti violenti, e in un momento persino proponendo un colloquio di prova in cui la più naif delle tre si confronta col compagno galeotto e con la guardia giurata inflessibile.
La vita quotidiana della città non si è ancora risvegliata e dalla sospensione onirica della situazione, dagli scontri e dagli avvicinamenti reciproci, emerge la visione brutale di una realtà ribaltata.
La galera, un luogo alieno, in larga parte ignoto ed oscuro, si rivela un riferimento quasi naturale, oggetto intermittente di desiderio e, paradossalmente, sede di libertà surrogata.
Le tre infelicissime si ritrovano sotto un ombrello grande abbastanza per riparare solo le loro teste, ma non le loro shopper colme di oggetti da far recapitare ai condannati, mentre l’attesa, e la dolce attesa soprattutto, proseguono come nel Godot di Samuel Beckett.



