Il debutto di Claudio Bisio dietro la macchina da presa si è presentato nel 2023 come un’opera prima leggera, a tratti scanzonata, ma profondamente attuale. L’ultima volta che siamo stati bambini, tratto dall’omonimo libro di Fabio Bartolomei (Edizioni e-o), non è solo un racconto ambientato nel passato, ma una riflessione che, partendo dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, risuona a due anni di distanza dal debutto in sala drammaticamente nel nostro presente, richiamando alla mente l’inferno ucraino e il disastro di Gaza ancora in corso dopo 2 anni esatti.
La pellicola si è inserita 2 anni fa nel solco tematico tracciato nel cinema italiano, affiancandosi a titoli come Jona che visse nella balena di Faenza e, in modo più evidente, al punto di riferimento imprescindibile del film premio Oscar La Vita è Bella di Roberto Benigni. Sabato 15 ottobre 2025 L’ultima volta che siamo stati bambini sarà proiettato al Matera Film Festival col suo regista alle ore 16 presso il Cineteatro Comunale Gerardo Guerrieri, prima delle premiazioni serali della kermesse alla città dei Sassi.
L’innocenza nell’orrore
La vicenda è ambientata sul finire dell’estate del 1943 e narra l’ultima stagione di innocenza per i tre giovani protagonisti: Vanda, Italo e Cosimo. Tre bambini puri in un mondo che si stava inabissando nell’orrore, un orrore che a ottobre avrebbe bussato violentemente alle porte di Roma con il rastrellamento del Ghetto, la più grande comunità giudaica della penisola. Già emarginati dalle infamanti leggi razziali, gli ebrei italiani si trovarono di fronte all’atto finale di un disegno criminale: la deportazione nei campi di sterminio per la Soluzione finale, stipati sui treni come bestiame.
Proprio per ritrovare Riccardo, il loro amichetto ebreo (da loro ingenuamente definito “ebreo ariano” a causa dei capelli biondi, un ossimoro per i piccoli balilla dell’epoca), i tre si misero in cammino lungo i binari che da Roma portano verso il Nord Italia e la Germania. Il trio era composto da un’orfanella irrequieta, il figlio di un oppositore del regime mandato al confino, e il secondogenito di un gerarca fascista (interpretato dallo stesso Bisio). La loro missione era chiara e dettata da una cieca, e commovente, fedeltà infantile.
Il viaggio e lo scontro generazionale
Sulle loro tracce due figure adulte, a rappresentare il mondo esterno e la sua complessità: il primogenito del gerarca, fratello maggiore del leader del terzetto (interpretato da Federico Cesari, noto per Skam Italia e Tutto chiede salvezza), e la suora del convento dell’orfana (Marianna Fontana, reduce da Indivisibili e Capri Revolution).
L’incontro-scontro tra i due inseguitori e la ricerca dei pargoli, tra locande e pericoli come i plotoni di esecuzione, ha il merito di smorzare i toni cupi del film. Insieme alla spensieratezza e all’ingenuità dei bambini, del tutto inconsapevoli della realtà che li circonda e incapaci di immaginare il destino del loro amico, la narrazione mantiene una luce di speranza. Echi del sopraccitato capolavoro di fine anni ’90 di Benigni si ritrovano nella candida incoscienza dei più piccoli, che giocano con l’illusione per sfuggire all’orrore, così come della pellicola franco-rumena Train de vie di fine ‘900.
L’amicizia come antidoto
A stemperare i contorni della tragedia che aleggia costantemente ci pensano lo spirito gregario del gruppo, le fantasie infantili, i giochi con le fionde e i sogni naif tipici di quell’età.
La verità, tuttavia, emerse per tutti solo alla fine, violenta e brutale come un pugno allo stomaco. L’epilogo, che per la sua crudezza può essere paragonato a quello de Il bambino col pigiama a righe, lascia lo spettatore sgomento in quella stazione ferroviaria, simbolo di un tempo corroso dalla Storia.
Nonostante la regia di Bisio appaia in alcuni momenti ancora acerba e incerta, L’ultima volta che siamo stati bambini riesce a offrire un’elegia difficile da dimenticare, un inno all’innocenza spezzata dalla furia della guerra.



